
Articolo di Paola Pottino del 3 maggio 2026
Svegliarsi al mattino sotto lo sguardo degli angioletti gioiosi dipinti sul soffitto dal pittore Vito D’Anna, è un privilegio. Ne è consapevole la principessa Signoretta Licata di Baucina che ora questo privilegio vuol condividerlo con la città : vivere nel quattrocentesco palazzo Alliata di Pietratagliata, in via Bandiera, nel cuore del centro storico della città, è una prerogativa che la famiglia conserva da 26 generazioni, lungo cinque secoli di storia. Per una curiosa coincidenza, Biagio Licat,a principe di Baucina, discendente della famiglia Termine che costruì il palazzo nel 1473, ha sposato Signoretta Alliata, erede diretta degli Alliata Marassi di Pietratagliata. «Con il nostro matrimonio – spiega la principessa – si è realizzato uno dei casi più straordinari di continuità abitativa in una dimora storica privata: un palazzo che resta così a lungo nella stessa famiglia è una vera eccezione».
Lo storico edificio, che in tempi recenti ha ospitato la regina Maxima dei Paesi Bassi, il premio Nobel per l’economia Franco Modigliani e il maestro Riccardo Muti, aprirà le porte con la cooperativa Terradamare che gestirà un ciclo di visite a partire da sabato 23, alle 17, per un un biglietto di 40 euro. Un’altra dimora nobiliare, quindi, che apre al pubblico: un trend in voga negli ultimi anni che consente ai proprietari di fare cassa per la manutenzione, anche se per la principessa si tratta piuttosto «del piacere della condivisione»: «Il nostro è un patrimonio storico che nessuna famiglia può tenere per sé. Abitare in un palazzo storico significa vivere in una dimora pubblica a gestione privata. Lo Stato per un periodo ci ha aiutato, ma con il governo Monti la defiscalizzazione degli introiti è stata abolita. Da quel momento per molti proprietari delle dimore storiche è stato difficile mettere a reddito le proprie abitazioni. Le visite sono dunque importanti più sotto il profilo sociale che economico».
Quando, nel 1943, gli alleati bombardarono la città, i vetri del palazzo furono distrutti. Si decise allora di restaurarlo e la gigantesca bifora, alta 4,35 metri, chiusa nella metà del Seicento e riaperta dopo la seconda guerra mondiale, venne impreziosita dai vetri soffiati di Murano, sui quali campeggia lo stemma con i quattro quarti della famiglia: Alliata, Notarbartolo, Moncada e Pignatelli.
Dal tardo gotico al barocco, dal rococò al neoclassico per giungere fino al neogotico, la storia dell’edificio è un viaggio nel tempo attraverso i secoli. La severità della facciata, non deve però ingannare. Attraversato il cortile, arricchito da una vegetazione lussureggiante, si accede all’ingresso intimo e confortevole, dove le sovraporte indicano la direzione da seguire: a sinistra, la scritta inter nos annuncia l’ala degli ambienti familiari, mentre “aperti agli amici” (patet amicis) sono gli spazi destinati agli ospiti.
Nel salone quattrocentesco, straordinario esempio di gusto neogotico, caratterizzato da un soffitto ligneo a cassettoni, le decorazioni sono state realizzate dagli architetti Vincenzo Palazzotto ed Ernesto Basile. Le pareti sembrano rivestite da velluto o seta ma «in realtà – spiega la principessa – si tratta di colore posto direttamente sullo stucco, una tecnica difficile perché richiede grande precisione nel dosare l’impasto».
Sulla destra si trova il monumentale camino ispirato a quello quattrocentesco del castello di Carini: «Non si capisce se noi abbiamo copiato loro, o viceversa».
Proseguendo, si entra nella stanza da pranzo rococò, affrescata da Vito D’Anna: «L’affresco è stato realizzato dal pittore in occasione delle nozze della figlia del duca d’Altavilla – spiega la principessa – È raffigurato un matrimonio: un angelo tiene tra le mani un bouquet in attesa della sposa, rappresentata con un’ancora. Dietro di lei, il suocero le consegna simbolicamente il potere della famiglia».
Nel grande salone da ballo, ecco lo straordinario lampadario di Murano in stile “cà rezzonico” del Settecento: 99 braccia, 2,75 metri di diametro e altrettanti in altezza, il più grande d’Europa. «In occasione della visita della regina d’Olanda – racconta la principessa- io, mio marito e i miei figli abbiamo smontato uno per uno i 2500 pezzi per pulirli». Dai documenti d’archivio risulta che il lampadario arrivò da Venezia via nave: «Il trasporto poteva avvenire soltanto in primavera o in autunno – spiega Licata di Baucina – perché il vetro soffiato veniva custodito in casse riempite di panetti di burro per evitare che si rompesse. Mi sono chiesta perché proprio il burro, alimento allora costoso, e non il grasso di maiale. Mi hanno spiegato che gran parte della servitù era di religione islamica e, per rispetto, si preferì evitare qualsiasi contatto con derivati del maiale».
Il gigantesco lampadario adorna una volta affrescata da Vito D’Anna e sovrasta il pavimento settecentesco di maiolica napoletana, opera dall’artista Leonardo Chiaiese, lo stesso che realizzò quello della chiesa di San Michele, ad Anacapri.